Lettera a Giordano Pierlorenzi Direttore dell'IStituto Poliarte di Ancona.
Lettera a Giordano Pierlorenzi
Caro Giordano,
mi chiedi di scriverti un breve testo per i trentacinque anni della tua attività. Accolgo il tuo invito con piacere, ma non senza qualche timore.
Mi accorgo infatti, a ripensarci, di quante cose ci hanno legato in questi anni, non fosse altro che per la simmetrica condizione di marginalità geografica, piuttosto simile tra la Campania e le Marche, nello sviluppo della cultura del Design. Una perifericità che, tuttavia, mentre per le Marche è, appunto, solo geografica, per la Campania è un vero e proprio ritardo di sviluppo, sociale, economico, culturale, e dunque con una cultura del design che si è espressa in rare e singolari eccellenze, che ne hanno sottolineato ancora di più la debolezza.
Gli itinerari dello sviluppo di una storia del design, della cultura e della produzione, che non fossero milanocentrici, si sono dipanati nel nostro paese grazie a poche personalità attive, mosse da motivazioni certamente non accademiche, la cui tenace opera di ricognizione e di documentazione è stata il prezioso supporto per una crescita culturale che per altro, fino ai primi anni Novanta, non aveva sedi accademiche istituzionali per legittimare il proprio operato.
Tu, come noi (Gelsomino D’Ambrosio ed io intendo), ti sei mosso in un contesto che, trent’anni or sono, era desolatamente privo di riferimenti culturali, di sedi istituzionali all’interno delle quali sviluppare un dibattito sul design e sulla comunicazione.
Noi, forti solo della nostra formazione di provenienza “artistica”, virgolettatissimo termine, non avevamo né modelli né maestri, nel senso disciplinare diretto intendo, ma un immenso patrimonio culturale, un genius loci che ha rappresentato la biblioteca dei nostri itinerari cognitivi e formativi.
Quando cerco di spiegare agli studenti del Corso di laurea in Disegno industriale, nella seconda Università di Napoli, l’importanza di avere dei docenti specialisti, esperti degli itinerari formativi delle numerose aree del design, la forza che possiede anche dal punto di vista istituzionale un corso di laurea, all’interno di una Facoltà di Architettura, con un consolidato corpus teorico ed un patrimonio di metodologie, più o meno, condivise, non tutti e non sempre mi capiscono. Molti non riescono proprio ad immaginare cosa voglia dire imparare una professione, un mestiere, senza maestri, e senza un contesto sensibile, senza libri e senza sedi istituzionali.
Tu, come noi, ha iniziato così, sebbene il tuo territorio fosse più ricco e sereno della nostra terra martoriata e negletta, costruendo percorsi di formazione e di accreditamento disciplinare e professionale, ti sei applicato nella forma che risulta sempre la più difficile e faticosa, quella dell’itinerario degli studi, quello della ricerca.
E questa è un’altra cosa che non tutti comprendono: chi vive in un territorio nel quale una professione esiste ed è socialmente riconosciuta, largamente accreditata, può “guardare” gli altri esercitarla ed imparare; chi non ha questa fortuna può solo studiare e guardare da lontano, viaggiare, andare laddove il “design si fa”; è così che tu, come noi, hai costruito scuole, formato giovani, creato lavoro, fatto crescere una professione piuttosto nuova (allora), certamente difficile, sicuramente rara.
Chi non ha capito che ti deve moltissimo – lasciamo perdere il mondo politico, per il quale non spenderei neppure una parola – ma i colleghi, gli studiosi, quelli più giovani che fanno il nostro lavoro, se non hanno capito che esistono, lavorano, anche grazie a persone come te, non hanno capito molte cose.
Grazie Giordano, grazie per tutti quelli che non hanno capito, e che dovrebbero dirtelo. Mi dispiace, per loro.
E buona continuazione.
